LA MALEDIZIONE DELLA GAIOLA

Alle sue origini l’isola era nota come “Euplea” ossia come protettrice della navigazione e sicuro rifugio, per questo vi fu eretto un piccolo tempio; l’isola è così vicina alla costa da essere raggiungibile a nuoto in poche bracciate, ed è ricca di storie e di leggende.

L’isola della Gaiola è un posto magico e di una bellezza eccezionale, ma non si può non dire che è anche un luogo un po’ sinistro, che gli stessi napoletani considerano decisamente jellato; che siate profondamente credenti o fortemente scettici, non potrete che venire rapiti dalla suggestione di questo scoglio, un suggestione da brivido se si pensa che la Gaiola è famosa oltre per la sua bellezza, per la Maledizione che le aleggia intorno.

Ed in effetti:

  • Verso la fine del XIX sec. il primo proprietario e costruttore della villa, Luigi de Negri, mandò in rovina la sua Società della Pescicoltura del Regno d’Italia nel Mar di Posillipo, che aveva sede proprio alla Gaiola.
  •  Nel 1911 il Capitano di Vascello marchese Gaspare Albenga, per far ammirare la costa alla marchesa Boccardi Doria, fece incagliare l’incrociatore corazzato San Giorgio sulla secca della Cavallara, proprio in prossimità della Gaiola.
  • Nel 1926 la villa era collegata alla terraferma da una rudimentale teleferica. In una notte di tempesta il cavo si spezzò mentre una signora tedesca, Elena Von Parish, stava rientrando sull’isola. La donna venne rapita dal mare e sparì. Hans Praun e Otto Grumbach, che ospitavano la donna alla Gaiola, furono talmente scossi dalla vicenda che si suicidarono: uno subito, e l’altro qualche tempo dopo aver fatto ritorno in Germania.
  • Maurice Sandoz, titolare della nota casa farmaceutica, abitò sull’isola negli anni 1950, ma finì in una clinica psichiatrica dove si suicidò convinto di essere finito in bancarotta.
  • Il barone tedesco Paul Karl Langheim negli anni a cavallo del 1960 fece brillare di vitalità quell’angolo di Posillipo, organizzando feste ed incontri mondani. Un periodo tanto splendente da mandarlo rapidamente sul lastrico.
  • Fu allora che Giovanni Agnelli acquistò la villa (Agnelli è famoso anche per aver subito numerosi lutti in famiglia) che la tenne pochi anni e la rivendette a Paul Getty, magnate del petrolio, nel 1968. A lui tutto filò liscio fino al 1973, quando la ‘ndrangheta rapì il figlio. Dopo l’amputazione di un orecchio del ragazzo, la famiglia Getty pagò un riscatto di 17 milioni di dollari.
  • Nel 1978 l’isola passò a Gianpasquale Grappone, detto Ninì, creatore del Loyd Centauro. Finì in galera travolto dai debiti, ed il giorno in cui la villa fu messa all’asta, la moglie Pasqualina Ortomeno morì in un incidente stradale.

LA LEGGENDA DELLA SIRENA PARTENOPE

Napoli è anche detta Partenope perché la sua origine è legata ad una leggenda secondo la quale la fondatrice della città fu Partenope.
Parthenope (termine che in greco significa vergine”) era una leggiadra fanciulla che viveva in Grecia, in un paese che si affacciava sul mar Jonio. Dotata di una fervida fantasia, trascorreva molte ore seduta sugli scogli a guardare il mare e sognare altri paesi.da visitare. Amava ricambiata il giovane Cimone, ma il padre di lei ostacolava il rapporto in quanto l’aveva promessa ad Eumeo.
Un giorno i due giovani decisero di fuggire per non avere più ostacoli al loro amore. Al loro arrivo sulla nuova terra la natura cominciò a produrre una florida vegetazione. Intanto Parthenope venne raggiunta dal padre e dalle sorelle, dai parenti e dagli amici che avevano sentito parlare di tanto di questa terra così amena e accogliente, un vero paradiso. La voce si sparse in Fenicia, in Egitto così moltissimi popoli, caricati i loro averi, i simboli dei loro dei su piccole imbarcazioni, partirono alla volta di questa favolosa terra.
Costruirono le capanne prima sulla collina, poi man mano che aumentavano i popoli sorsero nuovi centri in pianura e sulla costa. Furono erette botteghe di artigiani, le mura per proteggere la città.Furono costruiti due templi dedicati a Cerere e Venere, protettrici della città. Intanto Parthenope era divenuta madre di dodici figli, era amata e rispettata da tutti per la pietà, la fedeltà che aveva sempre dimostrata e tutti rispettavano quanto lei stabiliva per legge. La pace regnò sempre su quel popolo che si distinse per l’alto grado di civiltà raggiunto.

LA STORIA DI TOMMASO ANIELLO D’AMALFI

Masaniello, pescatore e pescivendolo come il padre, era descritto così dai suoi contemporanei:

« Era un giovine di ventisette anni, d’aspetto bello e grazioso, il viso l’aveva bruno ed alquanto arso dal sole: l’occhio nero, i capelli biondi, i quali disposti in vago zazzerino gli scendevano giù per lo collo. Vestiva alla marinaresca; ma d’una foggia sua propria, la quale, […] alla mezzana, ma svelta sua persona molto di gaio e di pellegrino aggiungeva.»

Napoli era all’epoca, con circa 250.000 abitanti, una delle metropoli più popolose dell’Impero spagnolo e di tutta Europa; e piazza del Mercato, nei cui dintorni Masaniello trascorse tutta la sua vita, ne era il centro nevralgico. Ospitava bancarelle che vendevano ogni sorta di merce, palchi da cui i saltimbanchi si esibivano per i popolani ed era, come ai tempi di Corradino di Svevia, il luogo preposto alle esecuzioni capitali. Essendo il principale centro di commercio della città, in piazza aveva luogo la riscossione delle imposte da parte degli arrendatori al servizio del governo spagnolo.

Napoli è la città di Masaniello (vero nome: Tommaso Aniello d’Amalfi), simbolo di ribellione contro l’arroganza dei potenti, era un popolano che si mise al capo di una rivolta della gente semplice della città contro dazi e gabelle ed il malgoverno dei nobili che affamavano i più umili. Dopo un primo momento di vittoria, Masaniello impazzì (forse a causa di un avvelenamento da parte degli spagnoli), perse il controllo delle masse e venne ucciso proprio dai popolani, consentendo al governo di restaurare l’ordine.

 

 

L’ANTICO MESTIERE DELLA SCAPILLATA

Anticamente, quando in una famiglia veniva a mancare una persona cara, che purtroppo non vantava troppe conoscenze o larghi giri di parentela, per non sfigurare nei confronti di quanti andavano a dare l’estremo saluto al defunto, si affittavano delle comparse che al capezzale della salma e successivamente al corteo funebre, mostravano dolore e disperazione per la perdita della persona in questione. Questo mestiere oggi scomparso, viene ricordato con il modo di dire “Mi par proprio ‘a chiagnazzara”. ‘A chiagnazzara? Chi è? Con la parola “chiagnazzara”, si  faceva riferimento in modo un po’ più “grossolano e dialettale” a quello che oggi rientra di diritto tra quelli che sono gli antichi mestieri napoletani, ovvero ‘a scapillata.

LE LEGGENDA DI SPARTACO E DEI GLADIATORI DI CAPUA

Le imprese di Spartaco si rifanno al periodo della Repubblica Romana, in particolare al periodo delle Guerre Puniche, quando i romani arruolavano nei loro eserciti prigionieri di guerra, riducendoli alla condizione di schiavi. Spartaco non era originario di Roma, egli infatti proveniva dalla Tracia, un’antica regione che si trovava tra il Mar Nero e il Mar Egeo. Si dice che Spartaco a quel tempo facesse il pastore e che, data la povertà e le condizioni difficili, decise di arruolarsi nelle milizie romane.

Combatté alcuni anni a servizio dell’esercito romano dal quale però fuggì presto, anche per le continue ingiurie e gli episodi di razzismo che era costretto a subire. Dichiarato quindi disertore dell’esercito, Spartaco venne presto catturato e ridotto in condizione di schiavitù. In quel periodo, date le grandi qualità fisiche, Spartaco venne notato da Lentulo Batiato, un noto organizzatore di spettacoli romani, il quale lo comprò per usarlo durante i combattimenti dei gladiatori romani. Spartaco divenne a tutti gli effetti un gladiatore, costretto a combattere con altri gladiatori ma anche con animali feroci, per far divertire il popolo e l’aristocrazia romana. A causa delle condizioni di degrado e sfruttamento alle quali erano destinati i gladiatori, Spartaco decise di fuggire dall’Anfiteatro campano.

Nel 73 a.C., dopo aver convinto quasi 200 gladiatori, fuggì rifugiandosi nei pressi del Vesuvio. Fu proprio ai piedi del vulcano che Spartaco vinse la sua prima battaglia contro l’esercito romano guidato da Caio Clodio e Vatinio. Assieme ai suoi fedeli lo schiavo della Tracia combatté fino all’ultimo sangue contro l’esercito che fu in parte ucciso e in parte disarmato. Dopo questa vittoria Spartaco divenne capo dei ribelli insieme ai galli Enomao e Crixus (detto anche Crisso o Crixio) e iniziò a prepararsi per il successivo attacco. L’occasione arrivò quando il Senato di Roma, per placare la rivolta di Spartaco, inviò in Campania  Gaio Claudio Glabro e  Publio Varinio. Anche questa spedizione romana non ebbe successo e Spartaco sconfisse prima un pretore e poi l’altro. Con il suo esercito esperto Spartaco si impadronì persino dei cavalli, delle armi e dei simboli littori dell’esercito.

Spartaco verrà ricordato come un eroe a Roma, non solo schiavo e gladiatore, ma il valoroso combattente in grado di sconfiggere le truppe romane. Intorno alla figura di Spartaco ruotano  aneddoti e leggende che hanno reso lo schiavo romano uno dei personaggi più famosi di Roma. A lui sono stati dedicati film, poemi e citazioni dai grandi personaggi della letteratura e del cinema mondiale.

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STATUA IMMACOLATA DI PIAZZA DEL GESÙ

La Statua dell’Immacolata, voluta dai gesuiti quando presero possesso del Gesù Nuovo. Eppure, anche l’immagine delle Madonna nasconde un segreto, o forse è solo suggestione. In alcune ore del giorno, specialmente con la luce del tramonto o dell’alba, l’aspetto della statua cambia alla vista. Il drappo non sembra più coprire la Vergine, ma una figura scheletrica che regge una falce: la Morte. Alcuni associano tale figura a quella della “Santa Muerte”, la “Santissima” divinità venerata da alcuni culti e sette sorti in Messico e che alimentano alcune branche di criminalità negli U.S.A.. E’ quasi impossibile credere che un simile culto sia nato a Napoli secoli prima di diffondersi in Messico, eppure quella figura incappucciata che sembra quasi sostituirsi alla effige santa sembra proprio richiamare la blasfema tradizione di oltreoceano. Che sia suggestione o uno strascico di antichi culti non è dato sapere, eppure molti storici dell’arte e studiosi, poco inclini alle suggestioni, sono pronti a confermare che la statua cambi volto. Quel che è certo è che esplorando per bene gli angoli e le pietre di Napoli, non si sa mai su quale magia e quale mistero potranno cadere gli occhi.

 

LA FLORIDIANA: UN “AMORE” DI REGALO

Anno 1815 quando l’allora re di Napoli Ferdinando IV di Borbone decise di acquistare l’ampio appezzamento di verde che corrispondeva alla tenuta del principe Giuseppe Caracciolo di Torella, decidendo di farne la sede di una maestosa dimora da donare, poi, come regalo di nozze, alla consorte Lucia Migliaccio, duchessa di Floridia.

ll re sposò la donna subito dopo la morte della prima moglie avvenuta l’anno prima, e sebbene non le concedesse mai il titolo di regina, trovò comunque il modo per conquistare il suo cuore con un “cadeau” di quelli molto generosi: vuoi mettere una “bomboniera” architettonica contorniata dal verde su uno dei colli più prestigiosi della Capitale?
Il sovrano, che con evidenza era un uomo generoso e dalle grandi vedute, decise di acquistare anche le proprietà confinanti con la tenuta dei Caracciolo trasformando quella che allora era una residenza di campagna, e prolungandola fino al quartiere di Chiaja.
Al termine dei lavori di ristrutturazione e ampliamento, affidati all’architetto Antonio Niccolini, il complesso che ne venne fuori comprendeva due ville: Villa Lucia e Villa Floridia e il teatrino all’aperto, detto “della Verzura”.

 

IL TESORO DEI CERTOSINI

Sulla sommità del colle che domina l’intero golfo di Napoli sorge la Certosa di San Martino, fondata nel 1325 da Carlo d’Angiòduca di Calabria, che la volle in una posizione dominante la città accanto al castello Belforte. Il complesso fu realizzato da Tino di Camaino e Attanasio Primario, ma della loro opera restano solo i sotterranei gotici. Tra la fine del Cinquecento e l’inizio del Settecento tre architetti  e i migliori artisti pittori rinnovarono la Certosa dandole l’aspetto attuale.
La Certosa si è arricchita nel corso dei secoli di un patrimonio di assoluto prestigio tra marmi, affreschi, sculture, arredi e dipinti. Nel 1799 i frati furono allontanati dal monastero che nel 1866 divenne proprietà dello Stato e  Monumento Nazionale con il direttore Giuseppe Fiorelli, che lo trasformò in “museo storico” del Regno di Napoli.
Per l’incantevole posizione e la ricchezza di opere d’arte, la Certosa venne prediletta da numerosi letterati, viaggiatori ed eruditi.
Oggi la Certosa ospita il Museo Nazionale di San Martino, con un ‘ampia esposizione dei presepi della scuola napoletana ed è  dedicato alla storia della città.

IL PRIMO MIRACOLO DI SAN GENNARO AVVENNE AL VOMERO

Il fenomeno, che può realizzare sei diversi tipi di miracoli, tra i quali, i pessimi e gli sfavorevoli, si ripete anche nell’ampolla piccola per l’ottava di maggio, detta festa dell’Inghirlandata ed infine il 16 dicembre, oltre al 13 gennaio, data, quest’ultima, soppressa. Tutto avviene in una speciale situazione di religiosità popolare, che trova il suo apice il 19 settembre di ogni anno, festa di San Gennaro, giorno solenne, rosso sul calendario liturgico della chiesa locale.

La prima notizia del prodigio è attestata in una cronaca di autore ignoto che dichiara l’avvenuto miracolo per la prima volta il giorno 17 agosto del 1389 e tradizione vuole che ciò sarebbe accaduto sulla collina del Vomero presso Antignano, laddove, sarebbe poi sorta la chiesa di San Pennarello poiché attraverso questi campi passava un corteo che aveva il compito di portare il cadavere di San Gennaro a Capodimonte.

Stanchi ed esausti per la fatica i viandanti decisero di riposarsi in un prato nei pressi di Piazza Bernini e qui Eusebia, la donna che raccolse il sangue del Santo,  poggiò l’ampolla vicino alla testa del cadavere del martire.

Il sangue rappreso nell’ampolla ribolli e divento liquido e tutti i presenti gridato al miracolo!

 

La prima ferrovia d’Italia

La convenzione per la sua costruzione venne firmata il 19 giugno 1836; con essa si concedeva all’ingegnere Armando Giuseppe Bayard de la Vingtrie la concessione per la costruzione in quattro anni di una linea ferroviaria da Napoli a Nocera Inferiore con un ramo per Castellammare che si sarebbe staccato all’altezza di Torre Annunziata. L’anno seguente venne costituita a Parigi una Società per la costruzione e la gestione della ferrovia.

Il tratto fu inaugurato il 3 ottobre del 1839 con grande solennità nel rispetto di un programma che prevedeva, dato che la stazione di Napoli al Carmine non era ancora pronta, che il viaggio avvenisse con partenza da Portici. Il primo convoglio era composto da una locomotiva a vapore di costruzione inglese Longridge, battezzata “Vesuvio”, e da otto vagoni. Il re pertanto si recò nella villa del Carrione al Granatello di Portici dove era stato approntato il padiglione reale decorato all’occorrenza con accanto un altare. Verso le ore undici il re ricevette il Bayard e la squadra di ingegneri prendendo poi posto sul convoglio inaugurale per tornare a Napoli. I vari discorsi di circostanza furono conclusi dal Re il quale, in francese, espresse l’augurio di veder realizzata la ferrovia fino al mare Adriatico e a mezzogiorno ordinò la partenza davanti alle autorità. Il primo convoglio ferroviario in territorio italiano portava nelle vetture 48 personalità, una rappresentanza militare costituita da 60 ufficiali, 30 fanti, 30 artiglieri e 60 marinai. Nell’ultima vettura prese posto la banda della guardia reale. il percorso venne compiuto in nove minuti e mezzo tra ali di gente stupita e festante.

Nei successivi quaranta giorni ben 85.759 passeggeri usufruirono della ferrovia. Il pittore di corte Salvatore Fergola immortalò gli avvenimenti nei suoi celebri dipinti.

La linea era solo parte di un progetto più vasto: il 1º agosto 1842 veniva infatti inaugurato il tratto diramato fino a Castellammare e due anni dopo, nel 1844, la prosecuzione per Pompei, Angri, Pagani e Nocera Inferiore. Nel 1846 il Bayard otteneva la concessione anche per il prolungamento su San Severino e Avellino.

Lo storico tratto ferroviario ha subito nel corso degli anni numerosi danni. La stazione di Napoli Bayard funzionò fino al 1866, quando, in seguito al collegamento con la stazione di Napoli Centrale fu declassata a impianto di servizio. Nel 1943, essa fu semidistrutta dall’esplosione di una nave colpita durante i Bombardamenti di Napoli. Un crollo parziale della Villa d’Elboeuf di Portici, posta in immediata prossimità con la linea ferroviaria, comportò nel 2014 la chiusura della linea per consentire l’esecuzione di un manufatto di protezione fino al 12 aprile 2015.